Il virus letale che terrorizza la Casa Bianca
Piero Bianucci
22/12/2011
L’onda lunga del terrorismo partita dieci anni fa con il
crollo delle Twin Towers arriva a lambire un principio fondamentale: la libera circolazione delle informazioni nel mondo della ricerca scientifica. «Science» e «Nature» potrebbero
accogliere l’invito a non pubblicare i particolari
di esperimenti in grado di portare
ad armi biologiche utilizzabili da gruppi terroristici.
Ad avanzare
la richiesta è il National
Science Advisory Board of Biosecurity, organo consultivo che dipende dagli
Istituti per la Sanità degli Stati Uniti.
Succede qualche settimana dopo l’annuncio che in laboratori americani e olandesi si è riusciti
a modificare il virus H5N1 dell’influenza aviaria A rendendolo estremamente aggressivo. Quattro «ritocchi» genetici sono stati
sufficienti. Una epidemia causata dal virus modificato diventerebbe una strage planetaria.
E’ la prima volta che un’autorità
politica chiede a riviste scientifiche di applicare l’autocensura.
Bruce Alberts, direttore di «Science», 140 mila copie per altrettanti iscritti all’American Association
for the Advancement of Science, la più grande società scientifica del mondo, ha dichiarato di essere
pronta ad accogliere l’invito ma solo se il governo garantirà che le informazioni riservate verranno comunicate agli scienziati che le richiedono.
Il triangolo
scienza-politica-informazione è delicato.
La libera circolazione delle informazioni è un cardine della scienza pura. Nel Novecento
questo principio fu sospeso soltanto durante la seconda guerra mondiale nel campo della fisica nucleare, quando alleati e nazisti si impegnarono nella corsa alla
bomba atomica. Sui temi di
ricerca più cruciali la riservatezza si prolungò negli
anni della guerra fredda. In generale gli scienziati ne soffrirono e fecero il possibile
per superare le censure. Oggi
collaborazioni internazionali
in fisica delle particelle, attività spaziali e fusione controllata sono la regola. Nel campo della genetica però furono
i biologi stessi a concordare nel 1975 alla Conferenza
di Asilomar una moratoria degli esperimenti quando si manifestò la potenza della tecnologia del Dna ricombinante, la base della modificazione genetica degli organismi viventi. Ispiratore della
moratoria fu Paul Berg, premio Nobel per la chimica 1980. Quell’atto sottoscritto da 140 ricercatori generò un maggiore senso di responsabilità
ma anche ripercussioni ancora avvertibili nell’industria biotech, dove il
confine tra ricerca pura e business è molto sottile. Si trattò,
in ogni caso, di una scelta
autonoma della comunità scientifica limitata nel tempo. Non una imposizione politica né una censura
dell’informazione ma la sospensione
degli esperimenti in vista di una loro
regolamentazione condivisa.
La richiesta
di praticare l’autocensura è comprensibile in
un paese ferito dal terrorismo come gli Stati Uniti
ma non mancherà di suscitare polemiche tra gli stessi
scienziati. Anche se applicata, c’è poi da dubitare che l’autocensura
funzioni. Le tecniche per modificare i virus sono note e vengono applicate con disinvoltura in paesi inaffidabili come la Corea del Nord. Ciò che oggi
si scopre negli Stati Uniti,
domani si scoprirà in estremo oriente. Per contro, poiché le stesse tecniche si applicano
anche alla ricerca su vaccini
e farmaci, può esserci un rallentamento in applicazioni utili. Insomma: ancora una volta, la censura
rischia l’autogol.